Tossicodipendenza


 

La tradizione di ricerca ed intervento in ambito psicologico sul problema tossicodipendenze è sicuramente una delle più grandi sfide dei nostri tempi.
La grandissima diffusione delle sostanze stupefacenti tra i giovani e non, che caratterizza la società moderna, ha radici molto profonde e spesso sfugge alla comprensione profonda delle persone, le quali tendono ad identificare il “drogato” con una precisa tipologia di persona, ovvero quella dipendente da eroina.

In realtà molte sostanze causano dipendenza, fra le più diffuse vi sono la cocaina, l’eroina, il tabacco e l’alcool.
La dipendenza, nei suoi effetti e sotto il profilo pratico dell’astinenza, può essere biologica (se la mancata assunzione della sostanza provoca effetti fisici sull’organismo) o psicologica (se la mancanza della sostanza provoca alterazioni umorali, caratteriali e relazionali), o può riguardare entrambi gli effetti.

Relativamente alla dipendenza fisica, alcune definizioni sottolineano la possibile assuefazione dell’organismo all’elemento tossico: in questo caso, la vita dell’individuo si è stabilizzata con la regolare assunzione della sostanza nociva, al punto che la mancanza deve quanto prima essere colmata con nuove assunzioni al fine di tornare alla “normalità”.

In ordine alla dipendenza psicologica, invece, da altri analisti si richiama l’attenzione sulla cosiddetta “assuefazione mentale” e sullo stato di appagamento derivante dall’assunzione. È questa una condizione nella quale la mente associa, indipendentemente dal giudizio (razionale o etico), uno stato di piacevolezza occorso nel passato (tanto come sensazione piacevole, quanto come attenuazione di dolore), registrato come dato dell’esperienza, ed intende reiterarne la celebrazione con nuove assunzioni, che andranno poi acquisendo valore di essenziale necessità.

 

L’approccio di ricerca sull’eziologia e sulle implicazioni del consumo di droghe non può prescindere dal lavoro in stretta sinergia con l’ambito medico.
La droga, infatti, oltre ad avere un forte impatto psicologico sul consumatore, causa dei problemi anche fisici che mettono in pericolo la vita delle persone che fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto in casi di overdose o di alterazione della sostanza a causa di un maldestro tentativo di “taglio”, ovvero di combinazione del principio attivo della droga con altre sostanze, come antibiotici od anestetici, che servono a ridurne l’effettiva quantità in ogni dose.

Quello che è certo è che vi è la necessità irrinunciabile di operare in una prospettiva multidisciplinare per far fronte ad un fenomeno che è riduttivo spiegare in termini meramente psicopatologici o psicofarmacologici, ma che va affrontato necessariamente da una prospettiva esistenziale che tenga in debito conto del vissuto e del contesto di vita della persona che fa uso di sostanze.

Una categorizzazione descrittiva basata sui criteri del DSM IV (1994), il Manuale iagnostico e statistico dei disturbi mentali, considera “sostanza stupefacente” tutto ciò che, se assunto, altera in modo significativo i sensi o l’umore e determina come criteri per poter parlare di “disturbo correlato alla dipendenza da sostanze” sintomi quali ritiro sociale, abuso continuato della sostanza nonostante i problemi di salute ad essa correlati e aumento progressivo e continuato nel tempo del dosaggio necessario per ottenere gli effetti desiderati.

Tale classificazione, sebbene necessaria ai fini diagnostici e importante come punto di partenza per il riconoscimento del problema e la progettazione di interventi adeguati alla cura, non rende a mio parere pienamente giustizia al complesso rapporto che lega la persona alla sostanza di cui fa uso.

La Psicologia ad orientamento psicodinamico vede nell’abuso di sostanze stupefacenti non semplicemente una ricerca di piacere e di gratificazione, ma soprattutto un atto difensivo da parte del soggetto, che utilizzerebbe le droghe come uno strumento di protezione  che lo metterebbero al riparo da condizioni molto regressive dal punto di vista psicopatologico, caratterizzate da difese deboli dell’Io contro sentimenti molto potenti quali rabbia, depressione e angoscia.

Le droghe, infatti, fungerebbero da modulatore degli affetti, venendo utilizzate per supplire all’incapacità fondamentale del tossicomane di prendersi cura di sé: l’Io della persona che abusa di sostanze stupefacenti è infatti caratterizzato, secondo il pensiero psicoanalitico contemporaneo, da una serie di traumi precoci infantili che avrebbero causato una difficoltà ad interiorizzare modelli genitoriali positivi, facendo così mancare all’adulto quelle immagini positive che, fungendo da modello, avrebbero potuto metterlo in condizioni di difendersi e prendersi cura di se stesso.

L’uso continuato di sostanze verrebbe visto, quindi, come una sorta di “rituale” attuato dalla persona al fine di proteggersi da un’angoscia distruttiva e insostenibile, contro la quale solo le sostanze possono, in modo effimero, arginarne i sintomi: a questo proposito anche la scelta della sostanza riveste una importanza fondamentale, poiché essa è direttamente collegata al tipo di affetto che si vuole reprimere.

In base a questa tesi, diverse ricerche hanno mostrato come la cocaina sia usata ad esempio per ridurre l’intensità di stati depressivi o ipomaniacali  mentre l’eroina sia prevalentemente diretta alla modulazione dell’aggressività .

Da quanto detto, sembra evidente che in realtà l’abuso di sostanze stupefacenti sia un maldestro e imperfetto tentativo di autoguarigione  del tossicodipendente, destinato tuttavia al fallimento in quanto, oltre ai dannosi effetti che le droghe hanno sul nostro organismo, il perseverare nell’assunzione della sostanza fa in realtà il gioco stesso dei paurosi affetti che la persona tenta disperatamente di evitare.
Tale coazione a ripetere, non molto dissimile da quella osservata da Sigmund Freud durante i suoi studi a proposito della pulsione di morte (Freud S. “Al di là del principio di piacere“, Bollati Boringhieri, 1920), serve a perpetrare all’infinito il dolore e la sofferenza poiché spesso, come nel caso dei disturbi ossessivo-compulsivi, il sintomo diventa più penoso ed invalidante dell’affetto e del trauma che tenta di arginare.
La determinazione del tossicodipendente ad infliggersi, a volte anche consapevolmente, dolore nel tentativo di controllare la sofferenza è uno degli ostacoli più grandi al trattamento psichiatrico di questa problematica: secondo la psicodinamica, infatti, la libido, ovvero l’energia psichica che spinge e guida le nostre aspirazioni e i nostri desideri (Jung, “La libido, simboli e trasformazioni“, TEA, 1912), essendo quasi totalmente assorbita dalla ricerca della droga lascia ben poco spazio alla relazione con il terapeuta.
Per tutte queste ragioni la Psicoanalisi e la Psicoterapia Psicodinamica in generale restano tuttora ancora scettiche sul trattamento della persona dipendente da sostanze: sarebbe infatti estremamente difficile, se non impossibile, che vi sia spazio per una relazione con il terapeuta fin quando la sostanza gestisce le emozioni al posto del paziente e fin quando la libido è concentrata su di essa in modo esclusivo.

Su questo, non è del tutto d’accordo  Viktor Frankl, fondatore della Logoterapia, secondo il quale i farmaci psichedelici ad esempio, possono servire come strumento terapeutico allo stesso modo di altre sostanze chimiche, in connessione con la Logoterapia. Frankl vede la possibile utilizzazione dell’LSD in base alla sua prerogativa, rivelata da ricerche mediche, di indurre nel paziente uno stato mentale nel quale pensieri e sensazioni assumono una straordinaria capacità percettiva del senso. Secondo rapporti scientifici sull’argomento, sembra che, sotto l’influenza psichedelica, i pazienti abbiano esperienze prolungate che li aiutino a vedere le vecchie idee in una nuova luce e permettono loro di accettare con più facilità le idee nuove ( Joseph Fabry, Introduzione alla Logoterapia, Astrolabio Editore, 1968, p.85).

Tuttavia, l’obiettivo principale della Psicoterapia a orientamento psicodinamico, nel campo della cura delle tossicodipendenze, resta quello di aiutare la persona a resistere ai tentativi di gratificazione legati al consumo di sostanze stupefacenti, fornendo contemporaneamente all’Io del paziente gli strumenti adatti per poter far fronte all’angoscia senza ricorrere alla modulazione degli affetti indotta artificialmente dalla droga.